Storia

2 LUGLIO A MATERA – UNA FESTA PLURISECOLARE

Il culto mariano è radicato nel territorio di Matera da almeno l’VIII sec., come attestato dalle immagini della Madonna col Bambino affrescate in numerose cavità dei Sassi e della Murgia adibite a chiese e monasteri rupestri; tale culto poi trovò luogo privilegiato nella cattedrale, ultimata nel 1270, secondo l’iscrizione posta sulla porta di accesso al campanile.      L’espressione “spectamine leta”, che vi si legge, si riferisce non solo all’elegante maestosità dell’edificio, in austero stile romanico-pugliese, ma anche al fascino che doveva esercitare il suo interno, che, prima dei rimaneggiamenti di epoche successivi, aveva tutte le pareti ricoperte da affreschi; di essi rimangono pochi resti, tra cui l’immagine della Madonna della Bruna. Questo dipinto si trovava in fondo alla navata sinistra, in controfacciata, accanto alla porta maggiore, ma nel 1578 fu tagliato con parte di muro, fu fasciato con ferro e posizionato su un altare marmoreo lì vicino; esso, attribuito a Rinaldo da Taranto, imita lo stile bizantino del tipo “Odigitria”, cioè “colei che indica la via”, in quanto la Vergine è raffigurata nell’atto di indicare con la mano destra il Figlio che custodisce il suo messaggio di salvezza nel cartiglio tenuto nella manina sinistra.

La Bruna

Che significa “Bruna”? È stata abbandonata la tesi per la quale quel nome derivava dal colore scuro dei volti delle immagini, brunito invece dal fumo dei ceri che, ripulito, ha rivelato il loro incarnato chiaro. Alcuni desumono la parola dalla terra nera; altri ancora ritengono probabile la sua derivazione dal longobardo brùnja, cioè “corazza” (dunque difesa). Di recente, poi, è emersa anche un’ipotesi plausibile, per la quale “della Bruna” starebbe per “proveniente da Brno”, città della Moravia, Repubblica Ceca (F. Foschino).

 La festa della Bruna si riconnette a quella della Visitazione, in riferimento al Vangelo di Luca (1,39-56) in cui si narra che Maria si mise in viaggio “verso la montagna” per andare a “una città di Giuda” ad assistere la cugina Elisabetta, incinta di Giovanni il Battista. Una festa della Visitazione esisteva nella cristianità già nel Duecento presso l’Ordine dei Francescani, ma essa fu inserita nel calendario liturgico nel 1389, sotto la data del 2 luglio, dal papa Urbano VI, già arcivescovo di Matera; ed è a partire da tale data che sono conteggiate le edizioni della festa della Bruna che pertanto nel 2020 – 750° anniversario dell’ultimazione della cattedrale – sono state ben 630.

Nel 1579 un Breve di papa Gregorio XIII dichiarò privilegiato l’altare della Madonna nel duomo materano, con la possibilità di riscattare un’anima dal Purgatorio per ogni messa lì celebrata, previo versamento di un’oblazione; fu grazie a tali lasciti che fu possibile arricchire i festeggiamenti, fino ad allora limitati ai soli riti religiosi.      La Madonna della Bruna è venerata anche in due statue, delle quali la più antica pare sia quella che il 2 luglio resta in cattedrale esposta sotto un sontuoso baldacchino; di essa però non si conosce la data di acquisizione, forse collocata ai primi anni del Settecento o anche prima. La statua che è portata in trionfo sul carro la sera della festa, invece, risale al 1792, quando fu acquistata per sostituire quella più piccola adoperata fino ad allora. A partire da quell’anno, questa seconda immagine è adoperata solo per la processione sul carro trionfale e poi scompare in una cappella adiacente alla cattedrale, mentre la prima è portata  in processione in tutti gli altri momenti della festa ed è sempre esposta alla venerazione dei fedeli nella prima cappella a sinistra della chiesa di San Francesco d’Assisi.

 

La processione dei pastori

 La processione dei pastori risale alla fine del Seicento a iniziativa della loro Confraternita, costituita nel 1698 allo scopo di creare una “masseria delle pecore” – mediante il diretto apporto degli animali da parte degli aderenti – e di utilizzare i suoi proventi per aver cura dell’altare della Bruna, per contribuire alle spese della festa e per aiutare i bisognosi della città.              

Per consentire ai pastori di partecipare alla festa, la Confraternita organizzò una processione di buon mattino, in modo da permettere poi a loro di recarsi ad accudire le pecore; non potendo utilizzare la statua della Madonna, essi si avvalevano dell’immagine raffigurata in un quadro ad olio su lamina di rame.

Tale usanza è continuata fino ai giorni nostri e all’alba del 2 luglio quel dipinto di autore anonimo è ancora seguito da una confusa moltitudine di partecipanti, tra cui molti giovani che indossano the shirt con scritte inneggianti alla Bruna.

Essi esprimono la loro fase eroica di crescita, come in un rito di iniziazione, correndo insieme alle file di mortaretti mentre esplodono a mano a mano che la processione, muovendo per lo più tra le vie dei Sassi, effettua brevi soste di preghiera. La loro gioia è espressa pure emettendo fischi caratteristici, che molto ricordano quelli dei pastori che richiamano le pecore.

 

La processione al carro

La seconda processione del 2 luglio si svolge a metà giornata e compie il percorso dalla cattedrale alla chiesa del rione Piccianello, ubicata nei pressi della fabbrica del carro. Il corteo è caratteristico per la presenza della Cavalcata in costume e di carrozze d’epoca, su una delle quali è collocata l’immagine della Bruna, mentre su un’altra prende posto l’arcivescovo che reca quella di Gesù Bambino che, pertanto, viene tolto dal braccio sinistro della Madonna.     

Tale rito è quello che più richiama il significato della festa della Visitazione, dal momento che, quando Maria si recò dalla cugina per assisterla negli ultimi mesi di gravidanza di Giovanni Battista, questi al suo saluto sussultò nell’utero di Elisabetta, riconoscendo la vicinanza del Salvatore in quello di Maria. Ebbene, durante tale processione Gesù Bambino viene tolto dal braccio della Madonna poiché, infatti, quando Maria andò ad assistere Elisabetta, Gesù non era ancora nato e, perciò, era “invisibile” nel suo seno. Comunque, questo momento della festa potrebbe rappresentare l’esaltazione simbolica proprio della funzione materna di creazione della vita; una maternità sacra e sublimata che poi diventa visibile sul carro trionfale.

 

La Cavalcata

Le processioni di metà giornata e serale sono scortate da cavalieri in costume di epoca indefinita, che ricorda vagamente militi tardo-romani o medievali. Il piccolo esercito è preceduto dal vessillifero ed è comandato da un generale, coadiuvato da due vice; uno o due trombettieri suonano di frequente una melodia tipica del segnale d’attacco francese, ricordando così l’epoca in cui, agli inizi dell’Ottocento, la Cavalcata era formata da militi napoleonici. Si è soliti ritenere che essa sia stata introdotta dal conte Tramontano agli inizi del 1500; invece, fece la sua comparsa nel 1698, quando alcuni soldati a cavallo furono chiamati come difesa per evitare il ripetersi dell’atto vandalico dell’anno precedente allorché la tela dipinta che addobbava il carro trionfale fu danneggiata. Negli anni successivi la Cavalcata conservò l’organizzazione di un regolare, benché finto, reggimento; oggi fanno parte di essa semplici cittadini, soci di un’associazione, conservando comunque lo stile gerarchico di un corpo militaresco.

 

Il Carro della Bruna

Il carro trionfale ricorda un antico galeone, avendo una base piatta centrale in ferro posta tra due torrette di legno; la sua “ossatura” permanente viene rivestita da decorazioni barocche ed è impreziosita da dipinti e sculture in cartapesta che illustrano la tematica annualmente assegnata.

Il primo carro risale al 1690; di fattura molto semplice, esso era addobbato con carta colorata, tessuti e alcune decorazioni. Nel Settecento non sempre si costruiva un nuovo manufatto, ma si ricorreva a ritocchi anche radicali di quello esistente che, procedendo sui percorsi impervi di allora, si scardinava. L’usanza di un nuovo carro ogni anno si consolidò poco oltre la metà dell’Ottocento quando il rituale della festa del 2 luglio andò assumendo quello attuale.

In passato i carri non si ispiravano a una tematica, ma avevano ornamenti barocchi insieme a qualche scultura allegorica. Un motivo biblico diventò ricorrente, a scelta del costruttore, agli inizi del Novecento, con figure a tutto tondo nello spazio centrale, là dove una volta prendevano posto cantori e musici. A partire, invece, dal 1989 il capo della diocesi avocò a sé il compito di assegnare il tema, cosicché quest’ultimo, oltre a essere visibile al centro, viene ora esplicitato in ogni parte del manufatto.         

Dalla torretta anteriore, al di sopra del posto dell’auriga, tra due grandi arcangeli si protende un rostro animato da angioletti e colombe. Invece, sulla torretta posteriore viene mostrata in trionfo l’immagine della Bruna che a tale scopo viene fatta passare al suo interno attraverso una porticina e, fissata su una pedana, mediante un ascensore manuale, viene innalzata, o anche nuovamente abbassata in presenza di ostacoli orizzontali, soprattutto quando bisogna accedere a Piazza Duomo attraverso il cunicolo della porta di Suso.

 

La processione col carro e i“ tre giri”

A metà pomeriggio del 2 luglio le statue della Madonna e di Gesù Bambino, nuovamente riunite, sono pertanto collocate in trionfo sulla grandiosa macchina di cartapesta che, con l’aiuto di corde robuste, viene trascinata a braccia fino alla vicina Piazza Marconi; al tramonto, poi, aggiogati ad essa otto muli, il corteo si avvia accompagnato dalla “bassa musica”, dalla Cavalcata, dalle autorità, dal clero diocesano e dalla banda musicale.      

La processione procede sotto le luminarie, tra una folla immensa, molto lentamente, cosicché giunge in Piazza Duomo quando è sera inoltrata. Lì, scortato solo da un manipolo di cavalieri, allo squillo del trombettiere e recando ancora su di sé la sacra immagine, il carro compie tre giri intorno alla piazza, “vincolando” la Vergine a protezione della città. Un atto ripetitivo, compulsivo, tanto somigliante ad uno stato di agonia che prelude al disfacimento. In effetti, depositata la Madonna in cattedrale, il carro è pronto per essere dato in pasto alla marea di gente che l’attende nella piazza principale della città.

 

La distruzione del carro

La distruzione del carro fu ritualizzata a partire dal 1880. Essa è la fase più attesa e suggestiva della festa in cui la tensione cresce a mano a mano che esso compie a ritroso parte del precedente percorso, difeso strenuamente dagli Angeli del carro e dalle forze dell’ordine per scongiurare preventivi assalti. È un momento adrenalinico che raggiunge il culmine quando, giunto in Piazza Vittorio Veneto, viene assaltato e “spolpato” fino all’ossatura di legno; in tal modo, un’opera d’arte che ha richiesto un lavoro di oltre cinque mesi viene distrutto in meno di cinque minuti nella foga di accaparrarsi le parti più preziose e più belle.    

Ma da secoli il carro della Bruna muore e rivive sempre con l’auspicio che il nuovo sia più bello e più sontuoso dei precedenti. Il rito, così, rimanda alla celebrazione del mistero dell’esistenza in cui la vita sorge dal disfacimento della materia; con ciò perpetuando la concezione mitica pagana secondo la quale, nelle parti di divinità smembrate, o degli animali sacri a loro sacrificati, permane l’energia divina che ripete il ciclo nascita-morte-rinascita. Per questo, poco dopo che sono stati strappati i pezzi più preziosi, molti materani si avvicinano al relitto scheletrico e raccolgono da terra persino i brandelli di cartapesta colorata caduti durante l’assalto: reliquia sacra da conservare in casa o da portare con sé tutto l’anno a venire in tasca; segno di fiducia nell’esistenza che si rinnova; simbolo della forza rigeneratrice creata col sacrificio del “capro espiatorio” smembrato e “mangiato” ogni 2 luglio.

Francesco Moliterni