Storia

2 LUGLIO A MATERA – UNA FESTA PLURISECOLARE

Il culto mariano fu portato nel Sud Italia nell’VIII sec. da monaci basiliani in fuga dalle persecuzioni iconoclaste dell’imperatore bizantino Leone III e si espresse anche in bellissime immagini della Madonna col Bambino affrescate nelle chiese e monasteri rupestri a cui furono adibite molte cavità naturali di Matera. Qui il culto mariano trovò luogo privilegiato nel duomo – oggi dedicato alla Madonna della Bruna e al compatrono sant’Eustachio – quando fu ultimato nel 1270, come attestato dall’iscrizione sulla porta di accesso al campanile.
Il 2020, pertanto, segna il 750° anno del suo splendore in austero elegantissimo stile romanico-pugliese. L’interno, anche, doveva essere suggestivo, ma il suo fascino antico non è più visibile poiché agli inizi del Settecento rimaneggiamenti barocchi nascosero, insieme alla precedente purezza romanica, anche ciò che restava degli affreschi che ricoprivano per intero le pareti interne. Di tali dipinti permangono poche testimonianze, tra cui l’affresco della Madonna della Bruna che si trovava in fondo alla navata sinistra, in controfacciata, accanto alla porta maggiore e che nel 1578 fu tagliato con parte di muro, fu fasciato con ferro e posizionato dove si trova adesso. L’immagine, attribuita a tale Rinaldo da Taranto, è del tipo “Odigitria”, cioè “colei che indica la via”, in quanto la Vergine è raffigurata nell’atto di indicare con la mano il Figlio.

La Bruna

Che significa “Bruna”? Alcuni fanno derivare il termine dal colore scuro dei volti delle immagini bizantine; altri desumono la parola dalla terra nera. Ma è probabile che quel nome derivi dal longobardo brùnja, cioè “corazza” (dunque difesa), oppure che si riferisca alla città di Galilea Hebron, dove la tradizione ritiene si sia recata Maria per assistere la cugina Elisabetta, circostanza, questa, collegata alla festa della Visitazione (o del Magnificat). Quest’ultima esisteva nella cristianità già nel Duecento presso l’Ordine dei Francescani; in effetti, nel 1263 il Ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori, Bonaventura da Bagnoregio, decise di diffonderla in tutti i conventi dell’Ordine stesso. Essa, poi, nel 1389 fu inserita nel calendario liturgico sotto la data del 2 luglio dal papa Urbano VI, già arcivescovo di Matera; e a partire da tale data sono conteggiate le edizioni della festa della Bruna che perciò nel 2020 ammontano a ben 631.
Nel 1579 un Breve di papa Gregorio XIII dichiarò privilegiato l’altare della Madonna nel duomo materano, con la possibilità di riscattare un’anima dal Purgatorio per ogni messa lì celebrata, previo versamento di un’oblazione. Fu grazie a tali lasciti che fu possibile iniziare ad arricchire i festeggiamenti, fino ad allora limitati alle sole manifestazioni religiose.

La Bruna è venerata anche in due statue. La più antica risale al 1792; il suo volto, però, a causa delle fattezze ritenute poco raffinate, non ha mai soddisfatto appieno il Capitolo Metropolitano, per cui nella seconda metà dell’Ottocento fu acquistata un’altra statua. Da allora, la prima immagine è adoperata solo per la processione sul carro trionfale e poi scompare in una cappella adiacente alla cattedrale, mentre la seconda è portata in processione in tutti gli altri momenti della festa ed è sempre esposta alla venerazione dei fedeli.

 

La processione dei pastori

A Matera la Vergine era festeggiata probabilmente già prima dell’anno Mille. Una traccia di tali remote celebrazioni è forse conservata nella processione dei pastori che prende avvio poco prima dell’alba del 2 luglio, ripetendo un momento della solennità mariana in passato riservato ai pastori per consentire loro di dedicarsi poi alla cura delle greggi.

Oggi questa suggestiva processione è caratterizzata da una fiumana di gente di ogni età che accompagna un’ulteriore immagine della Bruna, raffigurata su un quadro dipinto a olio su lamina di rame, di autore anonimo, risalente alla prima metà dell’Ottocento.

Durante la processione dei pastori assumono rilievo i giovani, che la notte precedente la festa disertano il letto e il sonno per attendere l’inizio del giorno più lungo di Matera; essi, indossando the shirt con scritte inneggianti all’amore per la Bruna, esprimono la loro fase eroica di crescita, come in un rito di iniziazione, correndo insieme alle file di mortaretti mentre esplodono a mano a mano che la processione procede per lo più tra le strade dei Sassi. La loro gioia è espressa pure emettendo fischi caratteristici che molto ricordano quelli dei pastori che accudiscono le pecore.

 

La processione al carro

La seconda processione del 2 luglio si svolge a metà giornata e compie il percorso dalla cattedrale alla chiesa parrocchiale del rione Piccianello, nei pressi della fabbrica del carro. Il corteo è particolarmente festoso per la presenza della Cavalcata in costume e di carrozze d’epoca, su una delle quali è collocata l’immagine della Bruna, mentre su un’altra prende posto l’arcivescovo che reca l’effigie di Gesù Bambino che, pertanto, viene tolto dal braccio sinistro della Madonna.
Il rito è quello che più si connette alla festa liturgica della Visitazione di Maria ad Elisabetta secondo il passo del vangelo di Luca (1, 39-56) in cui si narra che Maria, dopo avere ricevuto l’annuncio che sarebbe diventata la madre di Gesù, si recò in una città della Giudea per assistere la cugina Elisabetta incinta del futuro Giovanni Battista. Ebbene, durante tale processione l’immagine di Gesù Bambino viene tolta da quella della Madonna poiché, infatti, al momento della “visita” ad Elisabetta, Gesù non era ancora nato e, perciò, era “invisibile” nel suo seno.

 

La Cavalcata

Le processioni di metà giornata e quella serale sono accompagnate da numerosi cavalieri, i quali indossano un costume di epoca indefinita che ricorda militi di epoca rinascimentale e anche un po’ romana o seicentesca. Si è soliti ritenere che la Cavalcata della Bruna sia stata introdotta dal conte Giovan Carlo Tramontano agli inizi del 1500; invece, essa fece la sua comparsa nel 1698, quando alcuni soldati a cavallo furono chiamati come difesa per evitare il ripetersi dell’atto vandalico dell’anno precedente allorché la tela dipinta che addobbava il carro trionfale fu danneggiata. Negli anni successivi la Cavalcata fu strutturata come un regolare reggimento, con le sue gerarchie e con un suo generale; oggi fanno parte di essa semplici cittadini, soci di un’associazione creata ad hoc, conservando comunque stile e prerogative gerarchiche di un corpo militaresco.

 

Il Carro della Bruna

Nel 1690 per la prima volta un carro trionfale portò in processione la statua della Madonna; di fattura molto semplice, esso era addobbato con carta colorata, tessuti e alcune decorazioni. Nel Settecento non sempre si costruiva un nuovo manufatto, ma più volte si ricorreva a ritocchi anche radicali di quello esistente che durante la processione si scardinava nella struttura procedendo sui percorsi impervi di allora. L’usanza di creare uno nuovo carro ogni anno sicuramente si consolidò poco oltre la metà dell’Ottocento quando il rituale della festa della Bruna andò assumendo l’attuale aspetto.
I primi manufatti non si ispiravano a una tematica, ma erano abbelliti con decorazioni allegoriche. Una tematica biblica diventò ricorrente, a scelta del costruttore del carro, a partire dai primi anni del Novecento, ma poi fu istituzionalizzata da mons. Ennio Appignanesi (arcivescovo di Matera-Irsina dal 1988 al 1993) che avocò al capo della diocesi il compito di dettare il tema per ogni edizione della festa, conferendo dunque al carro la funzione di “catechesi in movimento”.

Il carro della Bruna presenta un’“ossatura” permanente in legno rivestita da decorazioni barocche e impreziosita da quadri e statue che illustrano la tematica dell’edizione annuale della festa, rappresentata però soprattutto nella parte centrale piatta (dove tempo addietro prendevano posto cantori e musici); essa è delimitata avanti e dietro da due torrette, sicché il manufatto assume l’aspetto di un galeone.
Nel punto più elevato della torretta posteriore viene collocata l’immagine della Bruna che, grazie a un ascensore manuale, è possibile abbassare o sollevare in presenza di ostacoli orizzontali e soprattutto quando il carro, per accedere a Piazza Duomo, deve transitare attraverso il cunicolo della porta di Suso.

 

La processione col carro e i“ tre giri”

A metà pomeriggio del 2 luglio le statue della Madonna e di Gesù Bambino sono portate dalla chiesa di Piccianello alla vicina fabbrica del carro e, nuovamente riunite, sono collocate in trionfo sul manufatto di cartapesta; questo, con l’ausilio di corde robuste viene trascinato a braccia fino alla limitrofa piazza Marconi; al tramonto, aggiogati ad esso otto muli, si forma un corteo formato dalla Cavalcata della Bruna, dal clero diocesano, dalle autorità, dalla banda e da un folto gruppo di fedeli. La processione procede molto lentamente per effettuare molteplici soste di preghiera, sicché giunge in Piazza Duomo quando ormai è sera inoltrata.

Lì, scortato solo da un manipolo di cavalieri, allo squillo del trombettiere e recando ancora su di sé la sacra immagine, il carro compie tre giri intorno alla piazza, “vincolando” la Vergine a protezione della città.
Quel rito però descrive anche a una specie di atto compulsivo che nella sua ripetitività esprime uno stato sofferenza, quasi un’agonia che prelude a un cambiamento di status psichico mediante il disgregamento di negative situazioni bloccanti. Un disgregamento che diviene reale quando, depositata l’immagine della Madonna in cattedrale, il carro affronta il suo destino di morte nella piazza principale della città.

 

La distruzione del carro

Fu a partire dal 1880 che la distruzione del carro fu ritualizzata. È il momento più atteso e suggestivo della festa in cui la tensione cresce a mano a mano che il carro compie a ritroso parte del precedente percorso, difeso strenuamente dagli Angeli del carro e dalle forze dell’ordine per scongiurare preventivi assalti. È un momento adrenalinico che diventa parossismo quando, giunto in Piazza Vittorio Veneto, gli assalitori spolpano fino all’ossatura di legno in una manciata di minuti un’opera d’arte che ha richiesto un lavoro durato sei mesi; e ciò nella foga di accaparrarsi le parti più preziose e più belle.
Il rito rimanda alla celebrazione del mistero dell’esistenza in cui la vita rinasce dal disfacimento della materia; con ciò perpetuando la concezione mitica pagana che, nelle parti smembrate degli animali o di divinità, riteneva permanesse l’energia trascendente che ripete il ciclo nascita-morte-rinascita. In effetti, a Matera la distruzione del carro è detta strazzo, termine equivalente a strappo che, nel contesto della festa della Bruna, ha un’accezione rinviante all’idea di separazione, sì, ma ai fini di una condivisione con l’appropriazione delle parti divelte che imprigionano il soprannaturale. Perciò, poco dopo lo strazzo molti materani si avvicinano al relitto scheletrico e raccolgono da terra anche i brandelli di cartapesta colorata caduti durante l’assalto: reliquia sacra da conservare in casa o da portare con sé tutto l’anno a venire in tasca o nel portafoglio; segno di una promessa di rinascita; simbolo dell’energia rigeneratrice creata col sacrificio del “capro espiatorio” smembrato e “mangiato” ogni 2 luglio dopo aver caricato su di sé tutti i dispiaceri e le fatiche dell’anno trascorso; pasto sacro che infonde coraggio e forza per l’anno a venire.

Francesco Moliterni